Questo è il quarto di una breve serie di articoli in cui impariamo a realizzare una tavola a fumetti. Seguiremo tutti i passaggi, dalla prima impostazione dello storyboard alla gabbia, dalle matite all’inchiostrazione e quindi alla colorazione

Qui il terzo articolo!

L’attenzione di questo ciclo di articoli sarà centrata sull’aspetto narrativo delle immagini e su come le immagini raccontano quando sono messe in sequenza.

In questo quarto episodio affrontiamo la colorazione applicata ai fumetti.

La colorazione non è sempre usata nel fumetto. Questo perché il fumetto è un medium che fa dell’ellisse, cioè della sintesi, un suo punto di forza. Con il minimo dei mezzi ottiene il massimo dei risultati in termini narrativi, usando immagini statiche simula il movimento, con pochi colori sintetizza l’intera gamma delle cromie della realtà.

Infatti i manga, così come la maggior parte dei fumetti classici italiano è in bianco e nero; questo perché le informazioni date dal colore sono spesso non necessarie a raccontare una storia.

Naturalmente, visto che si tratta di una forma artistica e non di un’equazione matematica, ci sono differenze a seconda di casi e formati.

Nel fumetto francese e in quello americano il colore è largamente usato, e crea una dimensione di maggiore intrattenimento e immersione nella lettura, aggiunge dettagli e leggibilità alle pagine, per non parlare dell’impatto delle grandi splash page dei comic book americani che raggiungo la loro massima potenza tanto grazie al colore che alla composizione del disegno.

Qui due righe sulla storia della colorazione.

Al di là delle diverse impostazioni che possono avere i diversi stili di disegno ci sono alcune regole base che riguardano tutti i fumetti: il colore nel fumetto è come la grafica, similmente al bianco e nero. Si lavora quindi per masse definite/chiuse di texture o colore, che aiutino la leggibilità dell’immagine e siano coerenti di vignetta in vignetta. Eventualmente si aggiunge un tono per definire le ombre. Ma sulle ombre si apre un discorso a parte.

Vediamo come colorare questa semplice tavola. Il primo passaggio sarà quello di definire una palette di riferimento, in modo da evitare di usare troppi colori che renderebbero confusa la tavola.

La tavola pulita

A seconda che la colorazione sia digitale o analogica inoltre cambiano diverse cose. Se coloriamo in analogico i nostri disegni potremo scegliere tecniche come acquerelli, ecoline o acrilici o tempere, ossia colori liquidi. Per questo tipo di colorazione sarà una buona cosa usare una carta adatta, con alte percentuali di cotone, o carte da acquerello 100% cotone. In questo caso possiamo definire la nostra palette procurandoci tre o quattro tubetti di colore e usando quelli con diverse diluizioni, facendo sempre attenzione a mantenere i colori trasparenti per non coprire le chine. Un’alternativa è usare le matite colorate, sempre scegliendo pochi colori.

In questo caso la palette che ho scelto comprende tre colori; arancio, indaco e un ocra chiaro per gli incarnati.

Nel caso di una colorazione digitale sarà prima necessario scansionare a risoluzione di 300 dpi la tavola in bianco e nero, quindi usare un programma come Photoshop o Mangastudio per elaborare l’immagine. Su questi programmi si lavora su “livelli” virtuali che si possono sovrapporre fra loro in diversi modi. Il classico modo per colorare una tavola con Photoshop è creare un livello che usi il “metodo di fusione” moltiplica, che permette ai colori di coprire i bianchi della tavola ma non i neri. A questo punto si possono usare gli strumenti di pittura di Photoshop, come il pennello e la matita, per riempire gli spazi, o usare il secchiello per le forme chiuse.

In questo caso la colorazione è digitale, ma simula un acquerello; le campiture quindi non sono piatte e non occupano perfettamente le forme.

Altri strumenti di Photoshop come la selezione e la regolazione “tonalità saturazione” può essere usata per modificare il colore che abbiamo steso inizialmente.

Ecco la tavola completa! Qui sono stati aggiunti dei toni più accesi della stessa palette, per evidenziare al meglio le aree cromatiche.

In definitiva sia la tecnica digitale che quella analogica dà buoni risultati, a seconda dello stile del disegno e dell’inchiostrazione. Il digitale rischia di essere più freddo dell’analogico, e l’analogico più confuso, ma entrambe le tecniche andrebbero provate per capire per quale si è più versati.

Cultura del fumetto: Zerocalcare

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